kill bill foto trailer recensione trama film horror video

Produzione: Usa

Anno di uscita: 2003

Durata: 100'

Regia: Quentin Tarantino

Interpreti: Uma Thurman, Michael Madsen, Daryl Hannah, David Carradine

 

 

Caleidoscopio di generi , di suggestioni visive, sonore, iconografiche, dai fumetti ai cartoni animati, dallo spaghetti western italiano alle orientali pellicole di arti marziali; la grande giostra del cinema tarantiniano si è rimessa in moto, e mai quanto in questa occasione non conosce confini geografici, di contenuto, di stile. Per il suo film più autenticamente di genere l’autore “di culto” degli anni ’90 sceglie il tema classico della vendetta. E sceglie, come di consueto, una narrazione che stravolge l’usuale linea cronologica di accadimento degli eventi, assurta ormai a cifra fondamentale ed immediatamente riconoscibile del suo stile sin dai tempi de “Le iene”. Per cui lo spettatore è immediatamente catapultato all’interno degli eventi, attraverso un incipit al fulmicotone dove la splendida ed agilissima protagonista Uma Thurman ingaggia una lotta all’ultimo sangue con una donna di colore, interrotta dal ritorno improvviso da scuola della di lei figlia; ma la vendetta non si farà attendere troppo. Attraverso questo meccanismo Tarantino tiene immediatamente desta l’attenzione dello spettatore, salvo poi spiegare l’antefatto a giustificazione di quel primo episodio. Fino a qui niente di nuovo, un’enorme quantità di pellicole di genere, americane e non, adottano il medesimo stratagemma. Ma non si tratta d'un elemento di debolezza del film, tutt’altro. Come detto il regista recupera meccanismi, vezzi, caratterizzazioni del cinema di genere in toto, ed approdato ormai alla quarta opera possiamo sostenere che il suo cinema si ponga l’ambizoso obiettivo, secondariamente al principale che resta quello di divertire, di nobilitare la tradizione storica di tutta quella fetta di cinema immeritosa dell’appellativo “d’autore”. Ormai tutti conoscono la passione smodata e spesso esplicitata dall’autore stesso per i polizziotteschi, gli spaghetti-western, i film di kung-fu eccetera, e la leggenda dell’adolescente che, come gestore d’un videonoleggio, passò anni a divorare queste poco note pellicole. Ed allora come negare che l’obiettivo della sua opera sia analogo a quello portato avanti attraverso la sua casa di distribuzione, che restituisce allo splendore del grande schermo lavori di autori underground (Jack Hill) o sconosciuti negli States (Mario Bava)? Appare dunque normale che egli utilizzi i medesimi meccanismi di creazione della suspense che da giovane imparò a metabolizzare. I riferimenti più espliciti del film sono evidentemente orientali, le scene di combattimento, che monopolizzano gran parte degli avvenimenti narrati, vedono l’utilizzo di molti strumenti da taglio, coltelli, spade, ma anche lotte corpo a corpo, il tutto reso ancora più affascinante dal fatto che i corpi che si affrontano sono quelli di splendide fanciulle, la Thurman e le sue tre rivali, mentre il personaggio del titolo in questo primo episodio non fa che fugaci apparizioni. Litri di sangue, arti mozzati, plasticità dei movimenti, ed i personaggi che diventano delle maschere, delle macchiette, decisamente fumettistici e caratterizzati “con l’accetta”, nel senso di connotarli attraverso pochi ma efficaci elementi. Un’inversione di tendenza rispetto al precedente “Jackie Brown” dove si dava risalto al lato umano dei protagonisti. Ora Tarantino si riappropria di tutto il suo immaginario, come e forse più di quanto fece ai tempi di “Pulp Fiction”, infatti qui appare addirittura un episodio di cinema d’animazione che narra la tragedia che convinse la giovane orientale (Lucy Liu) ad entrare nella squadra delle “Vipere”. Impressionante la mole dei riferimenti, sui quali ognuno può sbizzarrirsi a suo piacimento. A me sono venuti in mente, tra gli altri, molti cartoni animati nipponici, da Ken Shiro a Occhi di gatto, Charlie’s Angels (il telefilm), e una citazione fin troppo evidente nell’uso della colonna sonora; gli squilli di tromba e le epiche melodie della parte centrale del film non possono che provenire direttamente dal cinema di Sergio Leone. Non si deve cadere nell’errore di pensare ad un calderone assemblato alla bell’e meglio, l’impronta personale del regista (sin dai titoli di testa, con il celebre logo di ieniana memoria della sua “A Band Apart”) ed il suo controllo sulla messa in scena sono indiscutibili. Certo il film non ha una vera e propria conclusione, ed un giudizio ponderato potrà essere dato solo dopo avere visto il secondo volume, ma credo tutti gli spettatori fremano per sapere che ruolo che giocherà il Bill del titolo e l’esito della vendetta di Black Mamba-Uma Thurman. Da questo punto di vista l’obiettivo del film può dirsi raggiunto. E non si può nemmeno contestare l’eccessivo protrarsi delle scene di combattimenti, assolutamente inverosimili, dove la bionda protagonista affronta e sconfigge un’orda interminabile di uomini; pensate alle pellicole di Spencer e Hill, basate nella loro interezza sulle celebri scazzottate. Tarantino è coerente fino in fondo con la sua idea di cinema, forse come mai aveva fatto in passato. L’influenza più evidente, quella orientaleggiante, origina l’accostamento con un film tra poco sugli schermi (visto in concorso a Venezia) di Takeshi Kitano, la più occidentale delle opere del maestro nipponico, Zatoichi. Certo, si tratta di autori che possiedono marcate differenze, ma non si può negare un’evidente radice comune d’immaginario, negli zampilli di sangue sgorganti dai vari arti mozzati, nei lunghi combattimenti. Non voglio riferirmi ad una banale globalizzazione dell’immaginario, al contrario parlo di un tessuto comune di riferimenti che mischia cinematografie di diverse provenienze e di diverse qualità (nessuno può mettere in dubbio che Kitano sia autenticamente un autore), dimostrando come la grande arte non sia l’espressione di esigenze e suggestioni meramente locali, legate ad una determinata cultura. E dimostrando come il cinema possa assurgere a straordinario strumento di diffusione della cultura e della conoscenza. Tutto il cinema.   

 

 

Torna Su