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Produzione: Italia

Uscita prevista in Italia: Gennaio 2004

Durata: 106'

Regia: Dario Argento

Interpreti: Liam Cunningham, Stefania Rocca, Claudio Santamaria, Fiore Argento, Silvio Muccino 

Soggetto e Sceneggiatura: Dario Argento e Franco Ferrini

Montaggio: Walter Fasano

Fotografia: Benoit Debie

Musica: Claudio Simonetti

Scenografia: Antonello Geleng

Produttori: Claudio e Dario Argento per Medusa Film

 

 

 

Dovrebbe essere definitiva la data d’uscita del nuovo, attesissimo film di Dario Argento; si tratta di gennaio 2004, quando Il cartaio approderà definitivamente sul grande schermo. Dopo essere stato annunciato più volte, inizialmente come partecipante fuori concorso al Festival di Venezia addirittura come opera di chiusura della manifestazione (una sorta di ricompensa per tutti i torti subiti da parte della critica negli anni passati), poi dato per certo ad ottobre, ora la data d’uscita dovrebbe essere certa, anche perché le riprese del film sono già ampiamente terminate, addirittura prima dell’inizio dell’estate. E non si può dire che non si sia creata una certa attesa intorno alla pellicola, infatti, dopo il disastroso Il Fantasma dell’Opera (1998), l’esito più infausto dell’intera filmografia argentiana, con il successivo Non Ho Sonno (2000) le quotazioni del regista romano si sono un poco risollevate. Diciamo tutta la verità, il film è stato commercialmente un insuccesso, ed anche la critica non è stata propriamente tenera, ma apparve indubbio, tre anni or sono, che nel film riaffiorasse a tratti la mano insicura del regista (stavo scrivendo sicura, mi sono invece reso conto che il carattere più riconoscibile dello stile di Argento è proprio la fragilità, l’instabilità, fisica e psicologica, del suo cinema). Voglio dire che tra i cultori dell’illustre romano venne data al film un’importanza potenziale; dopo l’opera precedente tutti si chiesero se papà Dario non dovesse essere considerato artisticamente finito, e più d’uno aveva già pronunciato una sentenza definitiva, senza concedergli nemmeno l’appello. Ed invece l’appello c’è stato, ed il maestro del brivido è riuscito per il rotto della cuffia a conservarsi tale nomignolo. Proprio in considerazione di quanto ora detto assume un’importanza centrale questo nuovo Il cartaio, che dalle anticipazioni trapelate sullo script pare trattarsi di un giallo puro, come del resto ha ammesso l’autore stesso in un’intervista rilasciata a La Repubblica. In quest’ultima Argento indica pure il nome dello scrittore preso a modello per questo film ed in generale per l’intera sua filmografia gialla: Arthur Conan Doyle (e non Stephen King, peraltro suo grande amico, come sostengono in molti). La trama non colpisce per originalità: una ragazza viene rapita a Roma ed il presunto rapitore sfida la polizia della capitale a video poker in una chat room. La Questura non gli da retta e cosi il misterioso sconosciuto, che si firma con l’appellativo del titolo, uccide la ragazza, filmando l’esecuzione con una webcam e diffondendola successivamente via Internet. A questa prima seguiranno numerose altre uccisioni, nella miglior tradizione del genere, e conseguente indagine poliziesca, cui partecipano Anna, una giovane ispettrice, John, un poliziotto americano che lavora all’Ambasciata USA a Roma, ed una squadra di anti hacker. Nessun giudizio sul film è possibile dare su queste semplici basi, e del resto la resa qualitativa delle opere di Argento non è certamente determinata dall’intreccio narrativo, semplice anche negli episodi migliori del nostro, bensì dalla materializzazione visiva dell’inquietudine, del mistero, del terrore. Pare che la protagonista, interpretata dalla sempre bella e intrigante Stefania Rocca, si chiami Anna Mari, curiosamente affine alla Anna Manni impersonata da Asia ne La sindrome di Stendhal. Il sodalizio con la figlia d’arte pare però definitivamente concluso, dopo tre discreti film e dopo che il papà produsse il promettente esordio alla regia della figlia, Scarlet Diva; sembra che ora i due non si parlino che di rado. Altro elemento curioso del film è la presenza di un personaggio straniero, costante della filmografia argentiana sin dalla sua opera prima, inizialmente dovendosi trattare di un francese successivamente divenuto americano. Chissà se questa vocazione internazionale non abbia un preciso significato, magari un ammiccamento ai modelli cinematografici di riferimento, certamente di matrice statunitense. Novità assoluta invece è la centralità del ruolo dell’informatica e di Internet, moderni strumenti ormai divenuti d’uso quotidiano nella vita di ognuno di noi e con i quali il regista avrebbe dovuto fare prima o poi i conti. Speriamo non ci venga propinata la solita accozzaglia di immagini digitalizzate, propria di numeroso cinema contemporaneo; un’indicazione in senso contrario è possibile cogliere nelle parole del direttore della fotografia Benoit Debie, il quale riferisce come sia stata espressa volontà del filmaker quella di utilizzare il più possibile una luce naturalistica; “Dario voleva che lavorassimo nel modo più naturale, quindi utilizzando meno proiettori possibili, adattando la luce alla scenografia”. Sembra dunque che il regista desideri riaffermare una purezza di sguardo, indelebile alle innovazioni della modernità, come a dire che non è la realtà che modifica l’arte, bensì quest’ultima che espone la modernità mantenendo l’originalità della sua ispirazione.

Le riprese sono state effettuate all’ex De Paolis, i celebri stabilimenti romani di Via Tiburtina dove furono partoriti i primi lavori del cineasta, il quale però aveva coltivato il sogno di poter girare a Venezia; si tratta di un desiderio personale già più volte dichiarato, ma finora irrealizzato, anche in questa occasione per problemi tecnici legati alle locations. I collaboratori sono quelli di sempre, da Franco Ferrini alla sceneggiatura, fido compagno di penna sin dai tempi di Phenomena, Antonello Geleng alle scenografie, il genietto italiano degli effetti speciali Sergio Stivaletti ed infine, alle musiche, Claudio Simonetti. Qui si impone un chiarimento. Non Ho Sonno segnò la reunion in pompa magna dei mitici Goblin, i quali peraltro realizzarono uno score tutt’altro che esaltante, soprattutto se raffrontato ai risultati raggiunti negli anni d’oro di Profondo Rosso e Suspiria. Al ricongiungimento in studio non seguì nessun’altra iniziativa, poi Simonetti diede vita al Tributo Dario Argento con i Daemonia ed ora realizza in solitaria la colonna sonora per Il cartaio. Questo per dire che i Goblin sono morti e sepolti, ed il tentativo di resuscitarli si è rivelato fallimentare, tanto che lo stesso Claudio ammette come già in fase di realizzazione della partitura del precedente film i dissidi interni alla formazione erano insanabili, e confida che il nuovo lavoro sarà caratterizzato da una forte matrice elettronica, privo di rimandi al Goblin touch.

Che altro dire, non ci resta che attendere l’inizio del prossimo anno; una raccomandazione a tutto il popolo argentiano: non fidatevi del passaparola, andate comunque a vedere il film, gliela dobbiamo quest’ultima opportunità al maestro. E non è detto che, magari, da orfani potremmo ritrovarci nei panni di novelli figliol prodighi. Io lo spero tanto.

 

Mauro Tagliabue

 

 

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