
non aprite quella porta foto trailer recensione trama film horror
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Produzione:
Usa
Uscita in Italia:
28 Novembre 2003
Durata:
98'
Regia:
Marcus Nispel
Interpreti:
Jessica Biel, Eric Balfour, Andrew Bryniarski, R Lee Ermey, Lauren
German
Tanto per
sgomberare il campo da eventuali polemiche, confesso subito il delitto: non
ho mai visto l’originale hooperiano...non me ne vogliate, dunque, se ho
trovato questo film un buon esempio di cinema di genere. Certo, se quale
termine di confronto assumessimo il Tobe Hooper dei tempo d’oro ed il
new horror settantesco, il piatto penderebbe sicuramente da quest’ultima
parte, ma in tutta onestà credo che quel modo di fare cinema avesse degli
intenti socio-antropologici, e per la verità anche politici (non a caso il
primo film di Romero è del ’68), che fecero di quel periodo una delle
più importanti stagioni del cinema contemporaneo. Niente di quel feroce ed
accusatorio stile si ritrova nel film di Nispel, che và contestualizzato
nell’epoca di realizzazione, quella odierna, nella quale i rigurgiti
rivoluzionari sono ormai un ricordo lontano. Concentriamoci dunque sul
meccanismo della suspance, che a mio modo di vedere viene utilizzato
efficacemente sin dal suo primo innesco. Non fatevi ingannare dall’incipit
del film, con la comitiva di giovani, tre ragazzi e due ragazze, in viaggio
verso un concerto rock attraverso una landa deserta ed avvolta nel paesaggio
rurale di un’anonima regione americana. Spinelli, battutine e Sweet Home
Alabama ci fanno temere il peggio, tutti gli stereotipi del filmetto
adolescenziale facile ed edulcorato sono rispettati, compresa la
presentazione dei protagonisti, caratterizzati, come suol dirsi, con
l’accetta. Ma sotto l’accetta, od il coltello, o più spesso la motosega,
quegli splendidi corpi giovanili ci finiranno per davvero, e con un
compiacimento ed una ferocia per il gioco al massacro che non vedevamo più
da tempo al cinema. Il “gioco” prende il via dalla sequenza del suicidio
della misteriosa ragazza incontrata sulla strada, che spezza la tranquillità
della gita e conduce la storia verso lo sprofondamento negli abissi della
follia, attraverso un continuo gioco di colpi di scena che, se a volte
appaiono inverosimili, riescono nel loro obiettivo di tenere desta
l’attenzione dello spettatore, coinvolto in un vorticoso gioco di misteri,
scoperte, inseguimenti e momenti forti davvero niente male. Ottima la
maschera di Lee Ermey, il sergente di Full Metal Jacket, nella
parte dello sceriffo, una caratterizzazione fortemente ironica, cifra
tematica alla quale il film non abdica mai, soprattutto nella presentazione
dei “cattivi”, in realtà membri di una comunità arretrata e dispersa ai
confini del mondo, che pagano la loro esclusione a causa della loro
diversità, rispondendo a questa crudeltà con
la medesima arma, ma in una maniera
largamente più esplicita. L’assassino con la motosega imperversa forse un
po’ troppo, ma la famiglia di pazzi di browninghiana memoria (ricordate
Freaks?) è un campionario di caratteri allucinati e stravaganti, che
consumano la loro vendetta nei confronti del perbenismo di facciata del
mondo, che nasconde in realtà arroganza, umiliazione e sadismo, ed in verità
pare che il regista ne assecondi le ragioni. Nel complesso l’opera non può
dirsi perfettamente riuscita, in quanto a fronte del disgusto, del putridume
e del disfacimento bene evocati soprattutto nelle scene del “laboratorio”,
dove Leatherface si diverte a squartare, amputare e sfigurare i
poveri malcapitati, si contrappone lo stile patinato di altri momenti, ed il
tentativo di utilizzare una fotografia sporca, opaca, che conservi la cifra
visiva del new horror girato con “due soldi”, a tratti appare nella
sua evidente artificiosità. C’è poi una certa insistenza nei riguardi della
carne, macellaia è la famiglia dei cattivi, le vittime finiscono appese ai
ganci destinati a sostenere la carcassa di animali morti, la scena della
cella frigorifera sono significative della ossessione che percorre
trasversalmente il film, ed anche l’eccessivo, forse, compiacimento nel
mostrare i corpi delle due splendide protagoniste, trova la sua ragione
nell’essere contraltare della fine che poi i cinque faranno, ovverosia
quello di carne da macello. Poco riuscita è invece l’idea di racchiudere il
film in una parentesi realistica, la quale costringe il film in un’ottica
cronachistica che dovrebbe indicare una presa di posizione, nei confronti di
un tema dell’attualità, che francamente sfugge. Certamente il regista non
vuole denunciare la violenza della società, che anzi pone in bella mostra.
Tralasciando gli evidenti difetti ora sottolineati, e tralasciando una
costruzione visiva decisamente sottotono, c’è da dire che il film spara
efficacemente più di una cartuccia a sostegno del meccanismo di costruzione
della suspence, e soprattutto manifesta un compiacimento per la violenza
gratuita, al limite dello splatter ma innocua, funzionale al gioco al
massacro nel quale il film si giustifica, che ai nostalgici del cinema di
genere non potrà che far piacere.
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